Il capitale: un breve aggiornamento
Traduttore : Bruno Signorelli
Stato e capitale : situazione attuale
È degno di nota che nelle idee e nei rari1 articoli che circolano oggi sul capitale o sul capitalismo, si parli poco dello Stato e incidentalmente anche del potere in generale e del potere particolare che esso conferisce. L’accento è spesso posto sul profitto, una nozione onnicomprensiva priva di valore esplicativo a livello microeconomico (perché Elon Musk o Jeff Bezos vorrebbero realizzare profitti ancora maggiori ?) e senza alcuna verifica convincente a livello macroeconomico del calcolo di un tasso generale e delle sue variazioni (l’improbabile tendenza al ribasso del tasso di profitto promessa da Marx quasi due secoli fa). Ciò che molti chiamano il neoliberismo implicherebbe una concezione dello Stato limitata alle sue funzioni sovrane. Ciò che dovremmo definire un’illusione piuttosto che una realtà oggettiva, viene presentato fino alla caricatura, per meglio contrapporlo a uno Stato precedente e, in definitiva, a un capitalismo precedente, altrettanto caricaturale e di conseguenza poco definito. Si ha quindi, a volte l’impressione che per la sinistra francese di oggi, il programma del Consiglio Nazionale della Resistenza (CNR), non fosse capitalismo, ma il socialismo dal volto umano !
Ma è proprio il ruolo dello Stato, certamente mutevole, e del potere pubblico, che ci permette di comprendere il legame contraddittorio tra economia di mercato e capitalismo. In effetti, l’economia di mercato può esistere e a maggior ragione funzionare come tale, cioè secondo i principi liberali, solo quando il mercato è stato istituito dallo Stato (cfr. Karl Polanyi). Nella sua prima forma, lo Stato non è ancora separato della società ; non lo trascura. Costituisce un polo di concentrazione del potere politico, religioso, economico formato da individui più o meno da gerarchizzati, aventi da una parte una funzione sacra, dall’altra una funzione di potere, a cui sono legati grandi fasce della popolazione. Queste forme di Stato nascente si ritrovano nei regni mesopotamici poi negli imperi della stessa regione, poi nelle dinastie egiziane ecc. È quanto abbiamo analizzato nella « La genèse de l’État et l’État réseau » [Genesi dello Stato e Stato della rete] (Temps Critiques n°16, 2012) e « L’État sous ses deux formes nation et réseau » [Lo Stato nelle sue due forme nazione e rete] (Temps Critiques n°20, 2020).
Le Città-Stato greche e l’impero romano non sono forme proto-statali, bensì forme più o meno evolute di controllo statale della società : sono fasi intermedie dello Stato tra la sua prima e la sua seconda forma. Non è il « modo di produzione » (o di accumulazione di valore) a determinare queste forme, ma i rapporti istituzionali, quindi politici e giuridici fra lo Stato e la società.
Nella sua seconda forma, lo Stato è separato della società e la ignora : Stato reale, Stato-nazione ecc. . Questo è ciò che Hegel teorizzò riguardo allo Stato ed alla società civile. È infatti lo Stato nella sua seconda forma , quella dello Stato-nazione che ha accelerato il movimento di dissoluzione delle forme comunitarie da un lato e favorito la crescita delle città dell’altro. Fu lui non solo a rendere possibile la nascita degli scambi e poi lo sviluppo del commercio e la sua espansione, ma anche a contribuire all’istituzione essenziale del mercato sopra menzionata. Oggi, tuttavia nella tendenza degli Stati-nazioni a ristrutturarsi in forma di rete, l’intreccio dello Stato con le grandi imprese al livello del capitalismo al vertice fa si che queste ultime si sottraggano quasi completamente all’« economia di mercato ».
Strutturazione di livelli e costituzione di reti
In questa nuova strutturazione, il capitalismo di vertice ricopre il livello 1 del dominio capitalista. Riunisce da una parte gli Stati come potenza politica, ma anche economica con l’importanza assunta dai »fondi sovrani », e dall’altra diversi attori tra cui grandi multinazionali, gli organizzazioni internazionali, il Word Economic Forum, alcune grandi ONG, i grandi sindacati. È a questo livello che si suppone che trovino soluzione i grandi problemi della riproduzione globale del mondo capitalista e capitalizzato : la questione dell’ambiente e del clima, quella dell’accesso alle materie primarie ed alle nuove tecnologie, la questione dei paradisi fiscali, la lotta contro al narcotraffico. C’è dunque indifferenza tra la sfera politica e quella economica : esse sono unificate o meglio totalizzate sulla base della priorità data al dominio ( piuttosto che allo sfruttamento) al potere (piuttosto che al profitto) e al capitalismo (piuttosto che all’accumulazione ;torneremo su questo). Il personaggio di Elon Musk è il miglior rappresentante/simbolo di questo capitalismo di potenza, per il quale il profitto nel senso tradizionale del termine è solo un elemento secondario (Tesla è un fallimento da questo stretto punto di vista). Parafrasando la filosofia del diritto di Hegel , Musk è la figura che « rende effettiva la realtà sostanziale » (transumanesimo, conquista dello spazio). E Trump è suo « degno » controparte politico, ma per entrambi questa distinzione tra politica e economia non ha più ragione di esistere. Né per noi, almeno nella nostra attuale analisi del capitale, anche se è critica e non apologetica.
Il livello II è quello della specificità nazionale o regionale della riproduzione dei rapporti sociali : rapporto capitale-lavoro e livello di salario minimo, tassazione, istruzione/formazione/ricerca, intervento più o meno grande economico e sociale dello Stato, rapporto all’immigrazione, scelte strategiche, energetiche e militare, potere dei media. Lo Stato persiste ancora nella sua forma nazione, con notevoli distorsioni come quelle che portano all’assorbimento delle istituzioni. Ciò si traduce in una tendenza all’indistinzione tra settore pubblico e privato accompagnata da una privatizzazione parziale della funzione pubblica e territoriale organizzata in modalità rete e da una tendenza alla scomparsa della separazione tra società politica e società civile. È qui che si trova la maggior parte di ciò che resta dell’« economia di mercato », quella che subisce i prezzi anziché stabilirli (vedi attualmente il prezzo del gas). In effetti, i legami di dipendenza tra clienti e subappaltatori si sono inaspriti, i franchising stanno fagocitando gli indipendenti, l’e-commerce continua a crescere rispetto all’attività tradizionale anche se non si basa esso stesso sui principi della concorrenza e la piattaformizzazione si sta estendendo a tutti i settori di attività.
Il livello III , invece è quello in cui dominano le zone grigie dell’occupazione fra lavoro dichiarato e sommerso i n settori come l’edilizia, la ristorazione, le pulizie e l’assistenza alla persona, nonché la varietà degli status : contratto di lavoro regolato del diritto commerciale e non più del diritto del lavoro, lavoro autonomo, mascherato o meno, che si distingue dall’artigianato , uberizzazione delle condizioni, disoccupazione di lunga durata, che comporta risposte politiche in termini di « trattamento sociale » (Redditto di cittadinanza, Assistenza sanità). Include anche l’economia informale o di sussistenza nei paesi poveri , comprese le attività di spaccio al livello locale, nazionale ed internazionale che alimentano gli altri due altri livelli attraverso pratiche di riciclaggio di denaro.
Questi tre livelli non formano tre sfere ermetiche perché sono (tutti entrambi) gerarchici ed articolati all’interno del processo di globalizzazione ; a differenza dei primi sviluppi del capitale tra il XVI ed il XVIII secolo che Fernand Braudel considerava come si svolgessero all’interno di « mondi » separati. Il primo agisce principalmente sulla potenza, il secondo al profitto, il terzo al rapporto diretto/immediato di potere spesso personale. Ma tra loro, c’è un’interazione : il livello I organizza, investe, rende profittevole grazie alle grandi quantità prodotte (i maggior), il secondo innova (le start-ups) e produce in quantità limitata per mancanze di risorse finanziarie in attesa del sollievo (rivendita o subappalto), il livello III fuge da base posteriore all’alternativa sotterranea.
In questa nuova strutturazione, anche il rapporto pubblico-privato sta trasformando. L’altro ieri, la potenza dei Rockefeller ed altri Carnegie era sostanzialmente limitata al settore privato (il divario economico-politico e di cui parla Fraser) ; ieri con Ford questo ha cominciato a cambiare (il modello fordista di regolamentazione), ma oggi c’è confusione tra i settori. Ciò è particolarmente evidente nella potenza sviluppata da quello che Yánis Varoufákis chiama il cloud capitale2. Ciò conferma l’obsolescenza delle distinzione tra società politica/società civile nelle società capitalista.
Le grandi aziende che operano a livello del capitalismo del vertice aggirano i mercati o vendono direttamente al di fuori di ogni mercato. La graduale trasformazione dei media mainstream precedentemente chiamati medie d’opinione (sottinteso politici) in media onnipresenti che cercano cuori ed i corpi (con il pretesto di rendere visibile ciò che non lo era) tende ad avvicinarli sempre di più ai « social network » fino a confonderli. Ciò che nella tarda modernità apparteneva all’ordine delle « tirannia dell’intimità » , come diceva Richard Sennett e quindi piuttosto all’ordine della critica del dominio e della dipendenza appartiene oggi nella postmodernità all’ordine dell’affermazione delle soggettività necessarie alla dinamica del capitale. Le aziende di servizi non sono molto lontane, poiché i professionisti del marketing stanno cercando di sviluppare quello che chiamano « l’intimità a lungo termine con il cliente »e stanno lavorando per perfezionare diverse tecniche e procedure per creare « legami con la comunità ». Il capitalismo ha progressivamente distrutto tutte le forme di comunità che gli preesistevano, nonostante le resistenze di alcune di esse, produce ora, nella società capitalizzata comunità multiple, a tal punto che la questione dell’esistenza stessa di una »società3 » nasca e ciò senza la prospettiva (o speranza) che in cambio e in scambio emerga una comunità umana.
Spesso, abbiamo parlato dell’istituzione storica del mercato dallo Stato, ebbene, eccoci qui ad assistere deistituzionalizzazione. Sia parziale o totale, dell’equilibrio di potere tra le frazioni del capitale, tra cui lo Stato. Per fare un esempio recente, dei 70 miliardari della Silicon Valley, pochissimi hanno sostenuto Trump nel 2016, solo 20 lo hanno sostenuto nel 2024 (anche se molti altri si sono uniti dopo la sua vittoria), ma sono proprio loro che stanno scuotendo le vecchie divisioni e partecipando alla capitalizzazione di tutte le attività. La creazione di un Dipartimento per l’efficienza governativa (DOGE) con il supporto del Wall Street Journal e la nomine di Musk a super-consulente del presidente vanno nella stessa direzione di una totalizzazione del capitale con una messa in rete delle diverse frazioni di potenza e potere che prima erano separate. Da qui il paradosso che questo nuovo schieramento, in particolare negli Stati Uniti, possa apparire come « nati-sistema » (il sistema essendo quindi assimilato all’aministrazione federale). Nella forma reticolare dello Stato, la burocrazia nel senso weberiano del termine vede la sua funzione organizzativa ridotta alla trasmissione ed all’applicazione meticolosa degli ordini. La potenza pubblica cede il passo alla gestione, a volte pubblica, a volte privata perché in generale la questione della proprietà perde importanza4.
In effetti, se a prima vista la concorrenza sembra essere onnipresenta, si tratta più di un illusione ottica che di realtà. Al livello delle grandi metropoli e più in generale di tutti i centri-cittadini, il commercio « indipendente » non esiste praticamente più se non in forma residuale, liquidato sia da sviluppi strutturali come lo sviluppo delle piccole e medie superfici della grande distribuzione, sia da sviluppi tecnologici come l’uso e la diffusione del commercio elettronico, sia da fattori ciclici come la crisi sanitaria. Poi tutti i servizi sono diventati piattaforme, come ad esempio con le piattaforme virtuali cinesi (Alibaba, Tencent, Tik Tok, JD. com, DiDi) che si sono sviluppate nell’informazione, nelle transazioni commerciali, nelle applicazioni per mobili e per l’industria ; ed anche con la creazione di grandi aziende per ogni libera professione (Doctolib, ecc). L’agricoltura, è per la sua grande parte soggetta al regime dei prezzi garantiti perché amministrati in Europa dalla PAC. Nel settore bancario e assicurativo, le istituzioni continuano ad unire le forze o a fondersi perché, come nell’industria, cambia la scala geografica e la dimensione della « concorrenza ». È che vengono ridistribuiti su basi multifunzionali (bancario/assicurativo).
Nei mercati globalizzati si tratta di raggiungere quella che gli economisti chiamano « dimensione critica ». La teoria della concorrenza perfetta sviluppata dagli economisti classici era un’ideologia con scarso collegamento con la disciplina, poiché presupponeva, tra le altre cose, che nessuna impresa potesse influenzare direttamente il prezzo. Di fronte, a questa assurdità teorica che trascura l’effetto di dimensione e quindi di potenza, anche gli Stati-Uniti liberali hanno dovuto adottare leggi anti-trust (introdotte a cavallo tra il XIX ed il XX secoli per regolamentare il « capitalismo selvaggio »). Il capitalismo nasce certo della concorrenza (vedi la legge Le Chapelier contro le corporazioni durante la Rivoluzione francese), ma nella sua dinamica, porta con sé il monopolio « come la nuvola porta la tempesta » (Jaurès, 25 luglio 1914). Questo è ciò che temeva Schumpeter che vedeva il rischio maggiore di crisi nella tendenza monopolistica della metà del XX secolo, poiché se da un lato promuove il profitto (in questo caso il sovrapprofitto), dall’altro consente il mantenimento di posizioni di rentier note come innovazione. Oggi, i neoliberisti gli rubano la tendenza a mantenere un prezzo alto che penalizza permette il consumatore5.
Oggi, questa tendenza alla concentrazione assume spesso la forma della fusione/acquisizione. È i numeri parlano da soli : quando la crescita è forte, il loro ritmo accelera, quando è debole come lo è oggi, rallenta. Schumpeter si preoccupava anche del rischio che questa falsa tendenza si estendesse alla ricerca ed all’innovazione, ma gli odierni mercati oligopolistici pensano di avere risolto il problema esternalizzando implicitamente l’innovazione al settore ancora concorrenziale delle start-ups. Il fatto è che oggi l’innovazione debba essere più dirompente che « redditizia » rinforza la tendenza al monopolio di fatto ed alla fissazione di un prezzo arbitrario.
Valore e prezzo
Abbiamo abbandonato, dopo averne scritto molto su questo, da 1990 all’inizio degli anni 2000, ogni teoria del valore. Molti elementi ci hanno portato li. La nostra analisi della perdita di centralità del la forza di lavoro nel processo di valorizzazione portava meccanicamente alla critica del « valore-lavoro ». L’importanza degli aspetti a monte (dell’energia, risorsa umana e ricerca sviluppo) a valle (pubblicità e commercializzazione) del processo di produzione in senso stretto ci ha portato alla nozione dell’evanescenza del valore a partire dal momento in cui esso non è più riconducibile alla produzione ed al lavoro produttivo, ma attraversa l’intero processo da monte a valle e l’attribuzione delle sue fonte diventa altamente imputazione della sua fonte problematica. Abbiamo tra l’altro rifiutato l’idea di un« valore » della forza di lavoro : non la pensiamo più come una merce poiché non viene« prodotta » al stesso modo che delle altre ; è solo politico-socialmente per il fatto che la capacità di lavoro umano si trasforma in forza di lavoro. Marx lui stesso, ne parlava spesso e più tardi Polanyi come di una « quasi-merce ». Non ha quindi » valore », ma solo un prezzo, il che distrugge la base di molti calcoli economici di Marx. Questo si è sforzato progressivamente di spalliare i suoi risultati per leggi economiche (il suo collegamento con la legge ferrea delle cadute dei salari teorizzati da Ricardo), abbandonando cosi la sua posizione preferenziale di critica dell’economia politica borghese in favore di quella positivista della « scienza economica » (plusvalore e tasso di sfruttamento, tendenza al ribasso del saggio di profitto, legge sull’impoverimento, ecc). D’altra parte, per teorici come Keynes, l’aristocratico anti-borghese (« la questione del valore è anche cosi vana quanto quella sul sesso degli angeli »), Castoriadis (il valore come « significato sociale immaginario » o rappresentazione a partire del numero 31 e sopratutto 35 di Socialisme ou Barbarie) e sopratutto gli operaisti italiani nelle lotte di fabbrica degli anni 1968-1975 (il salario « variabile indipendente » di Straffa e Tronti e poi il « salario politico di Negri), il » valore » della forza di lavoro è solo funzione del rapporto di forze tra le classi sociali in una congiuntura determinata spazialmente e temporalmente. Questo insieme costituisce una buona premessa per abbandonare la problema del valore e concentrarsi su quello dei prezzi. Anche la lotta in Guadalupe sulla stessa questione dei prezzi con il Manifesto sui prodotti di alta necessità (febbraio 2009) sembrava anche aperto delle prospettive. Il capitalismo non è un « sistema » ma un rapporto sociale di subordinazione e di potere. Perché è legittimo mettere in discussione la portata politica di una teoria, possiamo consigliare di considerare la relazione tra la teoria operaista italiana (la teoria comunista del suo tempo ?) e le lotte italiane degli anni 1960-19706. Oggi, la teoria del valore-lavoro non permette di comprendere il rapporto tra accumulazione e capitalizzazione7. La sua difesa porta spesso alla contrapposizione tra « economia reale e finanza ». L’accumulazione è essenzialmente definita come aumento delle scorte di beni capitali reali. Vengono quindi trascurate le scorte di attività finanziarie stesse accumulate, ad esempio tramite l’acquisto di azioni ed obbligazioni che saranno considerate nella migliore delle ipotesi, un modo indiretto di acquisto di beni strumentali. I flussi finanziari vengono ancora trascurati di più poiché saranno considerati esterni al circuito economico. Infatti, il »capitale fittizio » è infatti considerato sia dagli economisti ortodossi che dagli economisti « sgomenti » solo nella sua forma speculativa o creditizia e non come anticipo di capitale o anticipazione del profitti futuri8, ad esempio nella forma finanziaria del « capitale-rischio » che ha costituito la parte la più importante del finanziamento privato delle nuove tecnologie dell’informazione. Si potrebbe essere tentati di fare la stessa osservazione a proposito dell’indignazione morale, più che politica, per l’ascesa dei prodotti derivati, come fossero di « un’economia da casino » scollegata dall’ »economia reale » (ce ne sarebbe quindi una irreale ?) mentre e parte la loro corsa sfrenata e disfunzionale, hanno comunque svolto un ruolo chiave nella stabilizzazioni dei mercati valutari dopo la scomparsa del regime dei tassi fissi9.
Più concretamente, abbiamo abbandonato , tanto più facilmente, sul piano teorico, le teorie del valore in cambio per i prezzi, quanto più sul piano economico, è diventata più evidente la distorsione tra « valore » e prezzo. Se fino agli anni 1970 potevamo dire che il capitalismo era « il valore in processo », oggi dopo quella che chiamiamo la rivoluzione del capitale10, possiamo dire se manteniamo questo stesso vocabolario, anche se non del tutto soddisfacente perché il valore appare ancora qui legato ad una sostanza (il lavoro concreto o astratto, poco importa11) che il capitale domina il valore. Il capitalismo non è più il valore in processo nella produzione ed il lavoro, ma il proprio processo del capitale stesso in cui il valore si perde in un movimento più ampio e diffuso. Questo è ciò che cerchiamo di trasmettere con la nostra nozione di evanescenza.
Il capitale domina il valore affermando le proprie categorie : prezzo e costi di produzione al posto del valore, profitto al posto del plusvalore. Il processo di valorizzazione è svuotato della sua sostanza : il plusvalore perché, si pone fonte attraverso il dominio del lavoro morto (immensa accumulazione del capitale fisso) sulla forza di lavoro . Diventa una forza produttiva come Marx aveva previsto con la sua analisi del general intellect12, che contraddice la maggior parte dei suoi testi « economici », nei quali il capitale fisso o lavoro morto trasmette solo una parte del suo valore senza crearne alcuno. Nello stesso modo, il lavoro produttivo non può essere considerato l’unico produttore di plusvalore, in un momento in cui rappresenta un percentuale forte calo del lavoro nel suo complesso. Rappresenta solo una parte del lavoro in generale. In questa forma indeterminata, diventa produttivo perché in ultima analisi, produce profitto. Ecco perché potremo ancora aspettare a lungo che la tendenza al ribasso del saggio di profitto sia altra che una tendenza…fino ad ora contraddetta.
Per i rapporti sociali di produzione capitalista, la forma congiunturale del capitale ha poco importanza, che si tratti di finanza, di pubblicità, di produzione siderurgica o della conquista dello spazio, di organizzazione della potenza nucleare, di credito, purché venga prodotto un incremento di valore. La legge del valore-lavoro non è più una rappresentazione adeguata del capitale, anche se l’economia borghese dell’epoca della rivoluzione industriale (Ricardo) abbia accompagna questo movimento su di esso nella sua lotta contro le teorie mercantiliste ed i grandi proprietari terrieri.
Ma fin dall’inizio, si tratta di una visione riduttiva (l’opposizione capitale/lavoro e lo sfruttamento) che non vede anche nel capitale la realizzazione di un progetto umano – « l’utopia-capitale » per riprendere un’espressione centrale da Giorgio Cesarano e Jacques Camatte- anche se questo progetto si prosegue nella separazione, l’alienazione e nel dominio.
Con il capitale, gli uomini pensano di poter sfuggire alla natura, all’animalità ed perfino all’umanità.
La rivoluzione del capitale
La caratteristica della rivoluzione del capitale è quella di far coesistere tutto e suo contrario senza andare oltre (tutti hanno deriso il « allo stesso tempo » di Macron e tuttavia13). L’intelligenza artificiale non è una semplice continuità aumentata del general intellect (GI). Mentre Marx concepiva il general intellect come un’estensione dei rapporti di produzione stretti all’insieme delle conoscenze scientifiche e tecniche, una valorizzazione che rimaneva fissata alla produzione, l’IA interviene nella circolazione e nella riproduzione dei rapporti sociali e contribuisce alla capitalizzazione di tutte le attività umane e non umane.
Ciò che alcuni (in particolare Nancy Fraser) chiamano la »svolta più importante » degli anni 1980-2000, o « neoliberismo » è ciò che chiamiamo la « rivoluzione del capitale » e non una contro rivoluzione, poiché nei due decenni precedenti non c’è stata alcuna rivoluzione ma solo insubordinazione proletaria e rivolta giovanile. Ci troviamo in un processo di totalizzazione del capitale, che non significa unificazione perché esistono diverse frazioni del capitale. La nozione la più comune di globalizzazione è inoltre abbastanza adeguata alla descrizione del processo(purché non si riduce alla sola globalizzazione degli scambi). In ogni caso è più appropriato del termine finanziarizzazione usato da Fraser, il cui utilizzo porta generalmente all’idea di capitalismo speculativo o parassitario un’opinione facile che la stessa Fraser evita. D’altro canto, usa spesso l’espressione »per natura, il capitalismo ». Ma, giustamente, il capitalismo non ha « natura ». È labile, protéiformo, e non è più finanziario ma commerciale o industriale. Ne si tratta della successione di queste forme in funzione di un’evoluzione nel corso del tempo che avverrebbe sullo stesso modello di quella della successione determinista-marxista dei modi di produzione, dal meno evoluto al più evoluto o progressista14.
Lo sviluppo del capitale esige sempre un finanziamento, ma è il modo di finanziamento che è cambiato. L’aumento della velocità degli scambi e la loro espansione richiesero un corrispondente aumento dei mezzi di circolazione attraverso il ricorso alla cosiddetta finanza diretta, quella del »mercato » finanziario. Comprende tutte le istituzioni finanziarie di cui le banche sono solo che un elemento che coesiste ormai con gli investitori istituzionali (esempio in Francia, Caisse des Dépôts et Consignations e la Caisse d’épargne) e i fondi di pensione a capitalizzazione che rappresentano una democratizzazione dello statuto di azionista. In effetti, nei paesi anglo-sassoni soprattutto , questo (azionario) non è più principalmente un redditiere nel senso storico del termine, ma il più delle volte un salariato attivo o in pensione. Per completezza, va menzionata anche l’esistenza di fondi sovrani degli Stati, in particolare petroliferi ed i fondi sostanzialmente speculativi (hedge funds e » fondi avvoltoio »).
Questo processo di totalizzazione, nonostante il suo aspetto astratto di « sistema »non deve rimandare alla tesi di un » capitale automato ». In realtà, è una situazione in cui agiscono frazioni del capitale (i GAFAM non gli stessi interessi a breve o medio termine di Walmart o delle compagnie petrolifere) e potenti forze sociali (grandi sindacati riformisti e grandi media15), che integrano o almeno tentano di farlo, la crisi come una componente della dinamica complessiva. La sua esistenza non viene più negata come avveniva all’epoca in cui dominava una teoria neoclassica per la quale la crisi poteva provenire solo da ostacoli esterni al libero mercato (l’intervento dello Stato, dei sindacati, dell’impresa monopolistica, ecc. ). È non viene più considerata come una crisi finale salvo dai marxisti ortodossi , né drammatizzata, se non nella sua dimensione fondamentalmente apolitica di messa in pericolo del pianeta che non è necessariamente legata ad una critica del capitalismo16.
La crisi di 2008, ad esempio, lungi dall’essere una crisi finale, ha reso possibile l’eliminazione di alcuni aspetti « sporchi » del mercato finanziario e l’istituzione di i barriere di protezione a livello di banche centrali e di Stato. L’ultima crisi sanitaria ha accelerato la diffusione delle piattaforme, il commercio elettronico, il lavoro a distanza. Queste crisi non sono certamente autosufficienti o provocate deliberatamente secondo un « piano del capitale » che presupporrebbe la sua unità completata, ma offrono opportunità a certe frazioni o forze presenti. Mantengono una dialettica di trasformazione all’interno del rapporto sociale capitalista che non abbraccia necessariamente o essenzialmente la vecchia dialettica delle lotte di classi, come dimostrano per la Francia le lotte di Notre-Dame-des-Landes, contro i grandi bacini ed altri grandi progetti, il movimento dei Gilets Jaunes.
Per concludere provvisoriamente
Non è più la valorizzazione il motore della dinamica complessiva ma la capitalizzazione. Poiché si tratta di un differenziale17, è al suo interno che persiste la competizione (non ci sono i vincitori). Inoltre, la capitalizzazione, cosi come la intendiamo noi, non è solo una questione di capitalizzazione borsiaria (quella in cui prevale il « capitale fittizio ») o d’accelerazione della velocità di rotazione del capitale tra A e A’ virtualizzando il passaggio attraverso la produzione (A-M-A’).
Si tratta anche di capitalizzare tutte le attività umane senza necessariamente ricorrere alla mercificazione, ad esempio con l’apparenza della gratuità18 data dalle diverse possibilità ed utilizzi di Internet (i software libero) lo sviluppo delle associazioni volontarie, l’entusiasmo e la partecipazione cooperativa a grandi eventi simbolici come l’organizzazione dei Giochi Olimpici.
Ecco, è questo il mondo in cui viviamo oggi.▪
Temps Critiques,
11 gennaio 2025, modificato 1 marzo 2025.
Note
1 – Come quello di Nancy Fraser, « L’impossible démocratie de marché » [L’impossibile democrazia di mercato] nel Le Monde diplomatique, dicembre 2024.
2 – Cfr. Yánis Varoufákis, « Les géants de la Big Tech se sont installés dans le bureau Ovale »[I giganti delle Big Tech si sono trasferiti nello Studio Ovale], in Le Monde, 5-6 gennaio 2025
3 – Cfr. Alain Touraine, « La fin des sociétés » [La fine delle società ], Seuil, 2017 ; o dal punto di vista della comunità umana, l’idea del capitalismo come « comunità materiale del capitale » (Camatte).
4 – In L’Era dell’accesso. La rivoluzione della new economy, Oscar Mondadori, 2001, J. Rifkin, dice in sostanza : Oggi, c’è l’economia di mercato, fondata sulla proprietà. Domani, ci sarà l’economia di rete, fondata sull’« accesso ». Invece di acquistare beni, si potrà noleggiare servizi, per la durata desiderata (il leasing automobilistica che tende a dominare). Il valore sarà nei concetti, nelle immagini, nelle esperienze più che nel patrimonio materiale. Questa società di rete ci sta portando nella vera « postmodernità » produrrà anche un nuovo tipo d’essere umano, a « personalità molteplici » alla ricerca delle esperienze le più diverse.
5 – È in questa prospettiva che l’UE si è opposta ad qualsiasi politica di « campioni europei » non tenendo conto del cambiamento di scala geografica dei mercati, perché la concezione del l’Unione che ha vinto a Maastricht era quella della separazione netta tra relazioni economiche e politiche. Volendo mantenere una concorrenza interna all’Europa, ha causato per esempio la scomparsa dell’elettronica europeo. Ma potremmo anche prendere l’esempio delle batterie della « reindustrializzazione » europea e la differenza colossale notevole (in miliardi di investimenti) tra questo progetto e quello dell’impresa sud-coreana di punta del settore. Più attuale ancora, l’UE si sta opponendo attualmente ad una possibilità di riavvicinamento fra Renault e Stellantis nonostante le difficoltà specifiche incontrate dai costruttori automobili europei nella transizione verso la vettura elettrica.
6 – Jacques Wajnsztejn, L’opéraïsme italien au crible du temps [L’operaismo italiano al setaccio del tempo], À plus d’un titre, 2021.
7 – Questo concetto riguarda meno un’origine che di un movimento e un risultato : la trasformazione del capitale in flussi finanziari. Marx diceva già : « Costituire un capitale fittizio significa capitalizzare ». (Œuvres, Gallimard, p. 1755) ed aveva posto la questione di un capitale che fruttifica da sé (idid, p. 19 senza dare una risposta sul carattere particolare o strutturale della cosa. Ma per noi, 150 più dopo, è ancora una domanda ? Il concetto di capitalizzazione ci sembra oggi più rilevante di quello di valorizzazione, dal momento in cui si critica la teoria del valore-lavoro. . ed ogni teoria del valore. Infine, questo non è meno importante perché riflette la tendenza ad estendere questa capitalizzazione a tutte le attività umana e non solo quelle legate alla produzione ed al lavoro (la nostra nozione di società capitalizzata).
8 – Il « mistero » della quotazione in Borsa delle TIC (ICT) e della valorizzazione a più di un miliardo di dollari, fuori quotazione e giro d’affari, (unicorni).
9 – L’articolo di Larry Cohen, « Victimes, complices ou acteurs de premier plan ? Le rôle des États dans le tournant dit néolibéral » [Vittime, complici o attori di primo piano ? Il ruolo degli Stati nella svolta detto neoliberista], in Temps Critiques, n°22.
10 – Parlando di rivoluzione del capitale, rimaniamo in una parte fedeli alla visione di Marx di un modo di produzione capitalista rivoluzionario ; ma senza dargli il minimo significato progressista ed a maggior ragione senza dargli una portata politica per un possibile diventare-altro.
11 – Attraverso la moda, la pubblicità, il fenomeno delle marche, il consumo di concetti e non solo di prodotti, il prezzo riscopre il significato di un » valore » ed esprime ricchezza, certamente alienata. Ciò rinforza l’idea che il prezzo è la verità del valore e non la sua maschera che nasconderebbe l’essenza delle cose sotto il velo dell’apparenza. Ciò presuppone l’abbandono della teoria del feticismo della merce ed anche di quella della falsa coscienza. Il valore è altro che una rappresentazione. La multiplicità dei valori e la tendenza alla loro equivalenza nella società capitalizzata costituirebbero un fenomeno nuovo nella storia del capitalismo. Il nostro concetto di evanescenza del valore accompagna bene questo movimento se non lo circoscriviamo al campo dell’economia.
12 – Nel « Frammento sulle macchine » in Grundrisse 3, Capitolo del capitale.
13 – È la dialettica meschina che gli fa riconoscere che non esiste sintesi che vada oltre tesi ed antitesi.
14 – La finanza è infatti presente sia nel XVI secolo, per partecipare allo sviluppo delle « città-mondiali » sia oggi per il finanziamento di nuove tecnologie (« capitale-rischio) o attraverso lo sviluppo del capitale fittizio.
15 – Nel 1984 già, Yves Montand diceva : « Viva la crisi » e Libération, questo giornale diventato quello della rivoluzione del capitale, ne ha fatto il suo titolo di prima pagina
16 – Da un parte, la deep ecology (ecologia profonda), dall’altra, la critica anti-industriale che a volte può essere associata alla critica anticapitalista.
17 – Il fatto di mettere in rilievo questo aspetto differenziale della capitalizzazione permette di non più privilegiare l’analisi in termine di devalorizzazione generale ed ancora meno in termini di « decadenza », ma di » riproduzione rimpicciolita » in contrapposizione alla nozione marxiana di « riproduzione allargata » che caratterizzerebbe il capitalismo nel lungo periodo. Vedi Jonathan Nitzan e Shimshon Bichler, Le capital comme pouvoir [Il capitale come potere], Max Milo Editions, 2012, p. 530 ed altre.
18 – Un numero crescente di aziende offre gratuitamente i propri prodotti per attirare i consumatori che poi fanno pagare il servizio ed i componenti aggiuntivi inclusi nel prodotto.